Rapporto annuale sul lavoro. Ecco la sintesi sviluppata da Ministero del lavoro e delle politiche sociali-Istat-Inps-Inail-Anpal

Questo primo Rapporto annuale è frutto della collaborazione sviluppata nell’ambito dell’Accordo quadro tra Ministero del lavoro e delle politiche sociali, Istat, Inps, Inail e Anpal, finalizzato a produrre informazioni armonizzate, complementari e coerenti sulla struttura e sulla dinamica del mercato del lavoro in Italia. L’obiettivo è valorizzare la ricchezza delle diverse fonti sull’occupazione – amministrative e statistiche – per rispondere alla crescente domanda di una lettura integrata dei dati sul mercato del lavoro.

Oltre al Rapporto e alla Nota trimestrale sulle tendenze dell’occupazione, ormai a regime da un anno, l’accordo prevede lo sviluppo, tuttora in corso, di un Sistema informativo statistico sul lavoro, che sarà collocato all’interno dell’Istituto nazionale di statistica e accessibile a tutte le istituzioni e al mondo della ricerca.

Gli approfondimenti presentati nel Rapporto affrontano più tematiche intrecciando gli aspetti congiunturali e ciclici con l’evoluzione del quadro strutturale, segnato dall’uscita da una recessione profonda e persistente che ha modificato significativamente la struttura produttiva italiana e i comportamenti individuali.

Le diverse analisi convergono nel descrivere un quadro di miglioramento del mercato del lavoro in cui fattori di fondo – demografici e sociali dal lato dell’offerta di lavoro, di selezione interna e risposte ai mutamenti tecnologici e della globalizzazione dal lato delle imprese – e fattori di più breve periodo (espansione ciclica mondiale e politiche economiche) concorrono a una ripresa economica caratterizzata da una elevata intensità occupazionale.

Complessivamente, il Rapporto intende fornire una base empirica e analitica utile a favorire lo sviluppo del dibattito pubblico sul tema del lavoro.

Il Rapporto in sintesi

Capitolo 1. Il mercato del lavoro: la ripresa e i persistenti fattori di debolezza

  • Negli ultimi due anni anche in Italia la ripresa accelera e il mercato del lavoro recupera, in buona parte, i livelli occupazionali precedenti la crisi: nel primo semestre del 2017 il numero di occupati si avvicina ai livelli del 2008, mentre in termini di ore lavorate il divario è ancora rilevante seppure le tendenze recenti indichino un aumento delle ore lavorate superiore a quello degli occupati. La ripresa economica è caratterizzata da una elevata intensità occupazionale.
  • La ripresa dell’occupazione è rilevante per il lavoro dipendente e nel settore privato dell’economia mentre continua il declino del lavoro indipendente e della amministrazione pubblica (-220 mila unità di lavoro fra il 2008 e 2016) a causa del lungo blocco del turnover.

  • L’incremento dell’ultimo biennio si concentra nell’agricoltura e nei vari comparti dei servizi, inclusa l’istruzione e la sanità. Anche l’industria in senso stretto mostra una ripresa, più forte dal 2016 e che si intensifica nei primi sei mesi del 2017; l’occupazione nelle costruzioni continua invece a ridursi in modo ininterrotto dal 2009.
  • La crescita ha riguardato soltanto i dipendenti. Dal 2014 è cresciuta l’occupazione a termine, con un rallentamento nei due anni successivi, e una nuova intensificazione nel 2017, quando ha toccato il massimo storico nel secondo trimestre 2017 (2,7 milioni di unità).
  • Tra il 2015 e il 2016, grazie in particolare ai provvedimenti di decontribuzione, è cresciuta significativamente anche l’occupazione a tempo indeterminato che nel secondo trimestre 2017, nonostante il recente rallentamento, raggiunge un livello molto vicino al massimo della serie storica (14 milioni 966 mila unità).
  • Nel secondo trimestre 2017 il tasso di occupazione raggiunge il 57,8% recuperando oltre due punti rispetto al valore minimo (terzo trimestre 2013, 55,4%) ma con una distanza di ancora un punto dal massimo registrato nel secondo trimestre 2008 (58,8%).
  • Il tasso di disoccupazione, dopo la diminuzione dal 2014 e la sostanziale stabilità dal terzo trimestre 2015, è diminuito nel secondo trimestre 2017 attestandosi all’11,2%. La persistenza di un tasso di disoccupazione elevato in presenza di incrementi occupazionali è legata anche alla riduzione del tasso di inattività 15-64 anni, che raggiunge un valore ai minimi della serie storica (34,7%), testimonianza di una significativa riattivazione dell’offerta di lavoro dovuta al ciclo favorevole.
  • Le differenze intergenerazionali si sono acuite durante la crisi con un più forte calo del tasso di occupazione e un maggior aumento di quello di disoccupazione per i giovani; dal 2015 il miglioramento del tasso di occupazione riguarda anche la componente giovanile.
  • Nonostante la ripresa interessi anche il Mezzogiorno, i divari territoriali sono aumentati mentre si è ridimensionato il gap di genere: la crisi ha colpito soprattutto i settori di attività con maggiore presenza maschile e la ripresa è più accentuata nei servizi.
  • Il tasso di posti vacanti, indicatore fortemente ciclico e che tende ad anticipare l’andamento dell’occupazione, cresce sostanzialmente dal 2013 e torna vicino ai valori massimi del periodo pre-crisi: nel terzo trimestre 2017 raggiunge l’1%, il livello toccato nel primo trimestre del 2008.

Capitolo 2. L’offerta di lavoro tra tendenze demografiche e dinamiche economiche

  • Tra il 1993 e il 2016 il calo della natalità contestuale all’allungamento della speranza di vita ha prodotto un invecchiamento della popolazione che ha visto ridursi la quota di giovani e aumentare quella degli adulti e dei più anziani. D’altro lato la crescente scolarizzazione, l’aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro nelle fasce di età più adulte e l’aumento dell’età pensionabile hanno prodotto un innalzamento dell’età media della forza lavoro tra 15 e 69 anni più intenso di quello della popolazione nella stessa fascia di età.
  • A questi mutamenti demografici e culturali si aggiunge la crisi economica, iniziata nel 2008, che ha colpito più duramente i giovani. Mentre per gli under25 il prolungamento degli studi ha in una certa misura attenuato gli effetti della congiuntura negativa, per i 25-34enni la crisi ha ridotto le possibilità di inserimento e permanenza nel mercato del lavoro. D’altro canto, lo spostamento in avanti dell’età pensionabile, avvenuto in concomitanza della crisi, da un lato ha comportato che i lavoratori anziani rimanessero più a lungo nell’occupazione, dall’altro ha aumentato il rischio di sperimentare periodi non brevi di interruzione di reddito prima di percepire la pensione.
  • Complessivamente il tasso di occupazione per i 15-34enni è diminuito di 10,4 punti rispetto al 2008, a fronte di un aumento di 16 punti per i 55-64enni e di 1,5 punti per i 65-69enni. Negli ultimi due anni, tuttavia, la condizione dei giovani mostra segnali di miglioramento: dopo otto anni di calo, il tasso di occupazione dei 15-34enni torna a crescere nel 2015 e soprattutto nel 2016 (+0,1 e +0,7 punti), in particolare per 25-29enni.
  • Dall’analisi dei flussi dei rapporti di lavoro alle dipendenze risulta che dal 2013 al 2016 sono stati attivati 40 milioni 68 mila rapporti di lavoro alle dipendenze mentre ne sono cessati 39 milioni 152 mila, con un saldo di 916 mila posizioni in più nei quattro anni.
  • Confrontando quattro coorti di nuovi assunti seguite per un anno si rileva un progressivo miglioramento nella stabilità dell’occupazione: la quota di individui che risultano avere ancora un rapporto di lavoro a dodici mesi di distanza passa dal 74,1% nel periodo 2012- 2013 al 78,9% del 2015-2016. Il miglioramento delle condizioni del mercato del lavoro è più accentuato per gli uomini e per i giovani; questi ultimi sono interessati anche da un aumento più intenso delle trasformazioni dei contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato.
  • La crescita nel periodo 2012-2016 si concentra in 125 professioni – a fronte della diminuzione o della stabilità per le altre 385 – che comprendono competenze e settori di attività diversi: da addetti agli affari generali, a professioni nel comparto dell’istruzione a occupazioni nell’ICT (analisti e progettisti di software, amministratori di sistemi, tecnici programmatori, esperti di applicazioni, ecc.) a professioni nel commercio e ristorazione fino agli addetti all’assistenza personale come pure camionisti, addetti alla pulizia di uffici e braccianti agricoli.

Capitolo 3. La domanda di lavoro delle imprese nella fase di ripresa economica

  • Nel secondo trimestre 2017 è proseguito l’aumento delle posizioni lavorative dipendenti impiegate dalle imprese con almeno 10 dipendenti. Ciò ha contribuito alla gran parte dell’aumento dell’input di lavoro in termini di ore lavorate totali nelle imprese. Tale tendenza accomuna tutti i principali comparti di attività tranne le costruzioni, in cui l’input di lavoro non è guidato dalle posizioni lavorative ma delle ore lavorate pro capite.
  • Tra il 2015 e il 2017 il 36,1% delle imprese con dipendenti sempre attive nel triennio ha registrato un aumento netto delle posizioni lavorative (con picchi del 61,0% e del 56,4% rispettivamente tra le unità di medie e grandi dimensioni) mentre il 25,7% le ha viste ridursi. Il contributo delle imprese di minore dimensione alla creazione netta di posti di lavoro è aumentato dal 34,0% nel 2015-2016 al 43,6% nel 2016-2017.
  • Il consolidamento del recupero di posti di lavoro è stato diffuso, interessando quasi tutti i settori e tutte le classi dimensionali d’impresa: nella manifattura, 14 settori su 23 hanno registrato un aumento delle posizioni lavorative fra il 2015 e il 2017; nei servizi di mercato la crescita delle posizioni lavorative è stata più diffusa, oltre che intensa, interessando 26 settori su 29.
  • Tra il 2016 e il 2017 il 10% di imprese con tassi di crescita più elevati (circa 75 mila unità) è rappresentato in prevalenza da aziende di piccole dimensioni, attive da almeno sei anni, operanti soprattutto nei servizi di mercato (ristorazione, commercio al dettaglio, attività informatiche, legali e contabili). Al netto degli aspetti settoriali, le imprese top performer si distinguono per una produttività elevata, un basso costo del lavoro per unità di prodotto, retribuzioni superiori alla media del settore e una forza lavoro mediamente più giovane e istruita.
  • Informazioni qualitative rilevate presso le imprese segnalano che nel 2016 le motivazioni più frequenti alla base di nuove assunzioni sono legate alla necessità di adeguare l’input di lavoro alla fase ciclica di domanda crescente e, in misura inferiore, a un fabbisogno di nuove o diverse competenze non disponibili in azienda. In questo quadro, la decontribuzione sembra aver rappresentato prevalentemente un fattore di sostegno alle assunzioni oltre che acceleratore delle trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato.

Capitolo 4. I rapporti di lavoro di breve durata: dimensioni della domanda e caratteristiche dell’offerta

  • I lavoratori coinvolti in rapporti di lavoro di breve durata risultano nel complesso poco meno di 4 milioni nel 2016, in crescita dai 3 milioni del 2012. Parallelamente sono aumentati i committenti di questo tipo di rapporti, che dal 2015 superano il milione. Il valore economico dei lavori brevi, misurato sulla base delle retribuzioni e dei redditi imponibili è salito dai 9,7 miliardi nel 2012 ai 12,0 miliardi nel 2016. Il 44% dei lavoratori che tra il 2012 e il 2015 erano impegnati in lavori brevi, nel 2016 transita verso forme di lavoro più strutturate.
  • Tra il 2012 e il 2016 si registrano forti dinamiche di crescita per voucher, rapporti di lavoro a termine, rapporti di somministrazione e professionisti assicurati alla Gestione Separata; l’andamento risulta invece in forte contrazione per intermittenti e collaborazioni. Queste differenze sono ascrivibili in misura importante anche alla continua rimodulazione dei vincoli normativi per ciascuna tipologia di rapporto di lavoro.
  • I contratti di lavoro dipendente a termine rappresentano la principale tipologia contrattuale con cui vengono regolati i rapporti di breve durata. Tra il 2012 e il 2016 vi è stato coinvolto un numero crescente di lavoratori: da 1,5 a 1,8 milioni di lavoratori.
  • Tra i rapporti di somministrazione il 95% è previsto come di breve durata (12 giorni è il dato medio 2016): i lavoratori coinvolti sono passati da 377 mila nel 2012 a poco meno di 500 mila nel 2016. In crescita ancora più accentuata è stato il numero di prestatori di lavoro accessorio (con voucher): da 366 mila nel 2012 a quasi 1,8 milioni nel 2016. Questa tendenza si è arrestata a fine 2016 per effetto dei provvedimenti sulla “tracciabilità” a cui è seguita a marzo 2017 l’abrogazione dei voucher. Il numero di professionisti marginali della Gestione Separata con un ricavo annuo inferiore a 5 mila euro sale da 74 mila nel 2012 a 102 mila nel 2016.
  • Di segno opposto le dinamiche del lavoro intermittente e delle collaborazioni. Per il lavoro intermittente, dopo l’intervento normativo del 2012 che ne disincentivava l’utilizzo, le imprese committenti sono diminuite di due terzi (da 200 mila nel 2012 a 61 mila nel 2016) e i lavoratori coinvolti sono stati più che dimezzati (da 672 mila a 295 mila). La medesima dinamica riguarda le collaborazioni brevi: i committenti sono passati da 98 mila nel 2012 a 27 mila nel 2016 e i lavoratori coinvolti sono scesi da 423 mila a 173 mila.

Capitolo 5. L’occupazione indipendente alla luce di fonti integrate: eterogeneità, dinamica e trasformazioni

  • In Italia il periodo di recessione ha colpito in maniera più grave la componente indipendente dell’occupazione, con tendenze negative di lungo periodo che persistono anche nella fase di ripresa. Tra il 2008 e il 2016 mentre l’occupazione dipendente cresce dello 0,6% quella indipendente diminuisce nel complesso del 7,3% (-430 mila ) con un calo concentrato nella fase recessiva (-369 mila).
  • La diminuzione del peso dell’occupazione indipendente tra il 2008 e il 2016, che ha reso l’Italia più simile ai mercati del lavoro europei, è stata accompagnata da un processo di ricomposizione che ha coinvolto in misura particolare alcune specifiche categorie di occupati indipendenti.
  • Il calo è concentrato soprattutto nel segmento senza dipendenti – in particolare tra i collaboratori, anche a causa delle norme che hanno previsto l’eliminazione del contratto di collaborazione a progetto – all’interno del quale crescono tuttavia i liberi professionisti.
  • I caratteri socio-demografici interagiscono con le caratteristiche dell’occupazione indipendente: l’età media è più bassa per i profili con occupazione meno stabile, dove è anche più elevata la componente femminile (in taluni casi maggioritaria, come per i collaboratori a progetto e gli occasionali con ritenuta d’acconto) ed è più elevato il titolo di studio; fanno eccezione i prestatori d’opera retribuiti con voucher, caratterizzati da un profilo formativo più carente.
  • L’integrazione tra fonti statistiche diverse sottolinea come questo segmento dell’occupazione, fortemente eterogeneo, sia caratterizzato da notevoli fenomeni di ricomposizione, che reagiscono alle dinamiche cicliche e all’evoluzione normativa e delle policy.

Capitolo 6. Lavoro e salute: infortuni sul lavoro e malattie professionali negli ultimi anni

  • Le denunce di infortunio registrate nel 2016 (al netto di quelle occorse a studenti, casalinghe e marittimi) sono state 561 mila con un incremento dell’1,0% rispetto al 2015, mentre rispetto al 2010 c’è stata una flessione del 27,5%.
  • Gli infortuni riconosciuti sul lavoro per il 2016 sono più di 372 mila, di cui circa il 21% “fuori dell’azienda” (cioè “in occasione di lavoro con mezzo di trasporto coinvolto” e “in itinere”).
  • Delle 1.091 denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale (erano 1.275 nel 2015, 1.491 nel 2010) gli infortuni accertati positivamente sono stati 616 (di cui 332, pari al 54%, “fuori dell’azienda”).
  • L’andamento degli infortuni, in particolare di quelli mortali, è influenzato non solo dal trend occupazionale e dai cambiamenti in atto nel mercato del lavoro, ma anche da molteplici altri fattori quali accidentalità, rischio da circolazione stradale, occasionali incidenti plurimi.
  • Nel 2016 l’agricoltura e le costruzioni restano i settori con livelli di rischio infortunistico più elevati. Il rischio infortunistico decresce nel tempo per entrambi i sessi, più sensibilmente per gli uomini che per le donne, caratterizzate da livelli di rischio più bassi anche per la maggiore presenza nei comparti dei servizi.
  • I primi dieci mesi del 2017, rispetto a quelli del 2016, fanno registrare un contenuto aumento delle denunce di infortunio in complesso (+0,7%) e dei casi mortali (14 denunce in più), soprattutto per effetto della componente in itinere.
  • Le denunce di malattia professionale aumentano ancora nel 2016: sono state 60.259 quelle protocollate dall’Inail – oltre i tre quarti denunciate da ultra cinquantenni – con un rialzo del 2,3% rispetto al 2015 e del 39,9% dal 2010. All’elevato incremento di questi anni hanno contribuito il D.M. 9/4/2008 che ha aggiornato le tabelle delle malattie con presunzione legale di origine e le campagne di sensibilizzazione e informazione. I dati provvisori relativi ai primi dieci mesi del 2017 fanno prospettare una stabilizzazione del fenomeno.

 

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