Futuro Governo, i consigli e le considerazioni dei dirigenti di ConfimpreseItalia

Aumento dell’Iva, imposte, no tax area e riforma dell’Irpef

di Domenico Coltella
(Segretario Generale di ConfimpreseItalia)

L’obiettivo è quello di provare a evitare l’aumento IVA nel 2019 . Per dirla in parole semplici, con ogni probabilità non scatteranno le nuove aliquote IVA previste dalla manovra bis. Il blocco è stato inserito nella Legge di Stabilità 2018, da quanto si legge sul sito delle piccole-medie imprese.
Il motivo per cui Governo e Parlamento non ci sono ancora riusciti è puramente di bilancio: si tratta di clausole che consentono ai conti pubblici italiani di rientrare nei parametri del Patto di Stabilità europeo, ma che poi non vengono applicate perché di volta in volta si individuano le risorse necessarie.
Detto questo, la manovra correttiva rimodula gli aumenti IVA previsti nel triennio 2018 – 2020: in particolare per l’aliquota al 21% presenta un vero e proprio saliscendi. Gli aumenti delle accise sulla benzina sono invece rinviati al 2019.  Il comma 719 della manovra 2015 prevede che le misure di aumento aliquote IVA: “possono essere sostituite integralmente o in parte da provvedimenti normativi che assicurino, integralmente o in parte, gli stessi effetti positivi sui saldi di finanza pubblica attraverso il conseguimento di maggiori entrate ovvero di risparmi di spesa mediante interventi di razionalizzazione e di revisione della spesa pubblica”. E’ ovvio che nell’attuale contesto economico l’aumento dell’iva nel 2019 potrebbe avere effetti catastrofici sui consumi delle famiglie, pertanto risulta necessario una politica di contenimento della spesa pubblica e di una serrata lotta all’evasione fiscale.
Secondo le anticipazioni del Ministro Padoan, si conterrà una misura alternativa alla clausola di salvaguardia che finalmente possa escludere definitivamente l’incremento delle aliquote in caso di scostamenti di bilancio.
Per quanto riguarda l’imposta sul reddito delle persone fisiche, essendo una imposta diretta, personale, progressiva e generale, istituita nel nostro sistema tributario dal 1974 ed oggi ancora in vigore ai sensi del Testo Unico delle Imposte sui Redditi, è sempre stata collegata a scaglioni di reddito progressivi. La riforma scaglioni Irpef 2019, annunciata più volte dal Governo  come una misura attuabile fin dal 2017, purtroppo non è potuta entrare in vigore dal 2018 ma forse dal 2019.
Alla luce delle ultime dichiarazioni da parte dei tecnici, però, la riduzione degli scaglioni da 5 a 3 e della relativa nuova aliquota, sarà garantita, a partire dal 2019, inserendo la misura tra quelle della nuova Legge di Stabilità, oggi Legge di Bilancio.
Importante è la creazione e previsione di una no tax area uguale per tutte le categorie di contribuenti e quindi anche per i lavoratori autonomi.
Come abbiamo già detto più nei nostri articoli di approfondimento sulla Legge di Stabilità, l’intento del Governo Renzi-Gentiloni con questa nuova Manovra 2018, era soprattutto quello di promuovere una progressiva riduzione delle tasse su cittadini e imprese.
Perché solo riducendo la tassazione e aumentando gli investimenti, che il nostro Bel Paese, potrebbe ritrovare la spinta al PIL.
Il taglio dell’IRPEF, o meglio la riforma scaglioni IRPEF, annunciata già due anni fa dall’ex Premier, è stata rimandata al 2019 per la mancanza di coperture nella nuova Legge di Bilancio 2018.
Nel Bilancio di quest’anno però sono entrate altre importanti misure che vertono sulla riduzione delle tasse, come ad esempio il taglio Ires per le società di capitali, che passa dall’attuale 27,5% all’aliquota del 24%, e già questo, potrebbe portare un nuovo stimolo alle attività produttive attraverso il bonus produttività e il super ammortamento, l’introduzione della nuova IRI, per le società di persone e ditte individuali, e alle altre novità per le partite Iva, una per tutti, l’abbassamento dell’aliquota della gestione separata per i professionisti senza cassa al 25,72%.

 

Misure per il mezzogiorno

di Giovanni Felice

Le azioni di governo ad oggi sono mirate alla creazioni di start up meglio se innovative.
Questo modo di agire è corretto ma incompleto.
I problemi per le imprese del mezzogiorno sono quelli che incontrano tutte le aziende del territorio nazionale amplificati in maniera esponenziale. Burocrazia ed accesso al credito su tutti ma con l’aggiunta dei problemi infrastrutturali che allontanano il mezzogiorno dall’Europa.
Un piano di infrastrutturazione/ modernizzazione della rete viaria e ferroviaria, la riduzione dei costi di viaggio per e dalle Isole, sono necessari sia per le imprese che per la crescita del turismo.
Le misure previste dalla legge denominata “Resto al Sud” sono praticamente al palo. Il testo della normativa in discussione è l’emblema delle leggi che, correttamente, mirano alla creazione di nuove imprese e di start up innovative, ma che non tengono conto dell’esistente e di un settore tradizionalmente trainante nel mezzogiorno quale il commercio che è escluso da queste misure.
Oltre a prevedere misure di sostegno per queste tipologie d’attività è necessario che partano le misure previste come ad esempio le ZES (Zone Espansione speciale)che potrebbero attrarre nuovi investimenti, edare respiro anche alle imprese esistenti.
Riteniamo che in caso di inadempienza sulle diverse misure contenute nel Decreto Resto al Sud, da parte delle Regioni,  lo stato centrale dovrebbe esercitare un ruolo di surroga.
Per i soggetti economici già bancabili è comunque difficile ottenere credito dagli istituti finanziari figuriamoci per chi bancabile non è o per chi ha avuto problemi di pagamenti o protesti.
Lo Small Business Act prevede di dare una seconda opportunità per chi ha avuto un fallimento, ci chiediamo il perché non possa avere una seconda opportunità chi fallito non lo è ancora. È evidente che l’attuale situazione facilità il diffondersi del reato d’usura anche perché è evidente, sotto questo aspetto il fallimento della legge antiusura.
È interessante ed a nostro avviso migliorabile ed applicabile in tutto il mezzogiorno d’Italia l’esperimento portato avanti dalla Regione Lazio con il progetto denominato Fondo Futuro che finanzia anche chi ha avuto un protesto.

La liberalizzazione del settore delle professioni

di Giovanni Ponte

Questa Confederazione intende portare avanti una politica di Sviluppo e Liberalizzazione del settore ” professioni ” tramite un confronto diretto e costruttivo con le autorità di Governo. L’esercizio della professione nel nostro paese si presenta infatti, eccessivamente parcellizzato e non idoneo ad assicurare una consulenza richiesta da una economia sempre più globalizzata. L’ attività di consulenza ha assunto nei paesi avanzati dimensioni di “società multinazionali” come la Boston Consulting, Bain & Company, Accenture, ed altre. Società con capacità di consigliare e spesso gestire grandi e piccole società di ogni parte del globo su operazioni di ristrutturazione aziendale, interventi ed investimenti finanziari, fusioni ed acquisizioni. In altre parole occorre una legislazione che faciliti l’aggregazione, e la nascita di strutture in grado di fornire una consulenza che interessi contemporaneamente i vari campi di intervento quali, fiscale, lavoro, urbanistica, norme legali, marketing, ed altri. L’imprenditore che intende investire o modificare il proprio investimento sia nel proprio paese che all’estero necessita infatti di una consulenza che sappia fornire in modo completo, tutte le notizie necessarie per poi decidere. L’attuale partecizzazione del nostro settore ” Professioni ” resta rivolto principalmente alle piccole aziende operanti nei confini nazionali. La liberalizzazione è un altro fattore di intervento e di contributo per la Confederazione, che denuncia l’eccessiva burocratizzazione nell’esercizio della professione. Burocratizzazione che ostacola, inoltre, a migliaia di giovani di esercitare liberamente una professione, condizionando il loro successo alle sole regole di mercato. Questa Confederazione si farà promotrice di interventi legislativi finalizzati alla eliminazione degli “esami di abilitazione “. Questi rappresentano spesso un TAPPO per ostacolare nuovi accessi alla professione, un ostacolo alla libera concorrenza, un costo difficilmente sostenibile per un giovane che in media deve attendere 2 o 3 anni per ottenere l’agognata abilitazione, il mantenimento in vita
delle Baronie del settore. Questa Confederazione sosterrà iniziative legislative in favore della libera iscrizione negli “Albi Professionali” ed alla Previdenza di settore. Questi due obblighi rappresentano dei costi fissi non sostenibili da
parte del professionista all’inizio della sua attività, se aggiunti ai costi produttivi, quali affitti, macchinari, personale ed altro. La stessa Previdenza ha assunto il carattere della fiscalità, come in altri settori, dimenticando che la stessa nacque per le classi meno abbienti, mentre chi ha possibilità di guadagno caratterizzate anche della progressività nel tempo, può liberamente decidere come investire i propri risparmi e sopratutto tenendo conto dell’entità degli stessi.
In altre parole obbligare al pagamento di migliaia di euro a chi inizia una attività autonoma, senza che si sia prodotto un reddito idoneo, rappresenta una aberrazione giuridica ed un ostacolo alla libera iniziativa.

Web tax, commercio e mercato

di Gianfranco Piazzola e Giancarlo Bandini

Ci troviamo d’accordo sulla tassazione di tutte quelle imprese che, come le altre del nostro territorio, vendono qui in Italia e non pagano quello che dovrebbero pagare. Il sistema di tassazione, come per tutti coloro che lavorano sul territorio, deve riferirsi ai nostri testi unici, che andranno integrati dal vuoto normativo.
Dobbiamo garantire che non vi sia concorrenza sleale e che multinazionali possano premeditatamente influire nel tempo sui  nostri equilibri socio economici e quindi sullo stesso assetto democratico e libero del mercato; libero non significa senza regole, ma un mercato con  regole chiare e tutele.
Non possiamo piu’ accettare che esportando dalla Cina, i prodotti costino la metà con tutto lo sdoganamento. la manodopera e lo sfruttamento malato del lavoro ci penalizza. qui si paga un operaio a 10 euro l’ora e in Cina costa sessanta centesimi l’ora. Occorrono interventi comunitari e inasprimento ai parametri di  corrispondenza dei nostri prodotti ai fini della tassazione doganale.
Sul riporto delle perdite siamo a favore del sacrosanto riporto e siamo solidali con quelle piccole società immobiliari che piu risentono della misura, pensiamo poi a molte attività di commercio al dettaglio che non possono patrimonializzare i beni merce. La commissione bilancio del senato ha sostanzialmente soffiato contro quello che era l’orientamento di mef e governo.
A nostro modo di vedere le coperture si possono trovare e soprattutto occorre che la politica valuti chi inserisce nelle commissioni.
Abbiamo bisogno di confrontarci con la politica piu’ spesso per instaurare quel dialogo costruttivo che un tempo  serviva per emanare provvedimenti condivisi nel bene dell’economia e della collettività.
Il tema delle liberalizzazioni è molto delicato e crediamo che vada affrontato costruendo una autorità coordinatrice che costruisca regole chiare sullo stesso concetto di liberalizzazioni. Su questo tema credo non si possano azzardare ipotesi se prima le categorie non riuniscano i loro comitati scientifici coordinando lavori con enti, istituzioni e associazioni rappresentative di consumatori.
Si potrebbe parlare tanto ancora ma in maniera succinta abbiamo espresso il nostro pensiero.

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