Brexit, Londra lascia l’Ue tra mille interrogativi

Alle 23 britanniche (quando sarà la mezzanotte in Italia) tra il 31 gennaio e il 1 di febbraio 2020Londra e la Ue si lasceranno. E’ una partita che si chiude tra mille polemiche dopo una lunga navigazione partita tre anni e mezzo fa con la vittoria del Leave al referendum del 2016 (1317 giorni, per l’esattezza), scatta l’ora X per la Brexit. Cosa cambia in concreto? Nell’immediato poco, visto che il vero distacco ci sarà solo alla fine del periodo di transizione soft verso il divorzio fissato al momento per il 31 dicembre 2020. Londra e Bruxelles manterranno lo status quo per (almeno) 11 mesi in attesa di negoziare i nuovi parametri delle relazioni future sul commercio e sul resto. Ma fin da subito l’Unione avra’ 66 milioni di cittadini in meno (il totale dei sudditi di Sua Maestà britannica) e perderà per la prima volta un pezzo (un Paese) nella sua storia di allargamenti successivi: ritrovandosi con 446 milioni di abitanti e un territorio ridotto del 5,5%.La caduta dei simboli – via l’Union Jack dai palazzi di Bruxelles, via i vessilli europei dai templi del potere britannico – suggella il sipario su un’epoca. Il Regno Unito torna a essere Paese terzo, come era stato fino al 1973, e rinuncia a 73 deputati, lasciando liberi seggi ridistribuiti in parte fra vecchi membri Ue (46, di cui 3 all’Italia) e in parte tenuti sospesi per i prossimi soci balcanici (27). Londra rinuncia poi al suo commissario europeo ed esce immediatamente dai vertici dei 27: il primo ministro Boris Johnson non sarà piu’ invitato ai Consigli europei, il suo governo e i suoi diplomatici non parteciperanno più ad alcuna riunione e non avranno voce in capitolo nelle decisioni prese d’ora in avanti, pur continuando a contribuire al bilancio comunitario sino a esaurimento della transizione. I cittadini britannici vengono inoltre esclusi dai concorsi per posti di funzionari Ue. E’ uno dei temi più delicati del divorzio, date le implicazioni familiari e personali, oltre che politiche. Si stima che nel Regno Unito risiedano oggi 3,6 milioni di cittadini di Paesi Ue, inclusi quasi 400mila italiani registrati all’anagrafe consolare (oltre 700mila calcolando a spanne anche i non registrati). Mentre i britannici sparsi per il continente sono indicati in 1,2 milioni. In base dell’accordo di divorzio, tutti gli espatriati registrati come residenti già oggi o durante la fase di transizione e fino al 30 giugno 2021, manterranno – da una parte e dall’altra – i diritti odierni nei rispettivi Paesi di accoglienza: quasi come se la Brexit per loro non ci fosse. Le cose cambieranno tuttavia per gli ingressi successivi, con lo stop alla libertà di movimento nel 2021 e l’introduzione di nuove regole secondo un regime d’immigrazione che in Gran Bretagna significherà sostanziale equiparazione fra europei ed extracomunitari, passaporti obbligatori e non più carta d’identità per entrare, norme più stringenti per restare a lavorare, visti (per quanto facilitati) per i turisti. Esaurite le trattative sulla separazione, il team negoziale europeo di Michel Barnier dovrà nei prossimi mesi discutere le relazioni future a passo di carica con la nuova task force di Downing Street guidata da David Frost. I colloqui entreranno nel vivo a marzo, ma Barnier già prevede un calendario fitto d’incontri continui. In ballo c’è, in primis, il dossier dei rapporti commerciali. Johnson punta a un trattato di libero scambio con i 27, a “zero dazi e zero quote”; ma i tempi sono stretti, i dettagli tecnici complessi, gli ostacoli e i potenziali conflitti numerosi. 

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